Archive for the 'Prospettive' Category

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Il fu (Mattia) Pascal

Tuesday, August 19th, 2008

Al di là del tema centrale del romanzo di Pirandello è piacevole cogliere alcuni passaggi interessanti che di volta in volta ricordano alcuni concetti o offrono spunti di riflessione interessanti. La bellezza di essi sta nell’essere, oltre che inaspettati, per lo più ante litteram per quanto riguarda i temi a cui si possono ricondurre.

Ecco che Mattia Pascal, discutendo con don Eligio, azzarda dire, per riferirsi a tempi passati, quando la terra non girava… e all’obiezione del reverendo sul fatto che la terra avesse sempre girato risponde:

Non è vero. L’uomo non lo sapeva, e dunque era come se non girasse. Per tanti, anche adesso non gira. L’ho detto l’altro giorno a un vecchio contadino, e sapete come m’ha risposto? ch’era una buona scusa per gli ubriachi.

In effetti se nessuno è a conoscenza di qualcosa è come se questa non sussistesse, a parità di effetti riscontrabili. E quindi qualcosa che non osserviamo continua ad esistere o avvenire? Per quanto riguarda l’uomo la concezione che qualcosa continui ad esistere quando se non la vediamo sembrerebbe non essere innata, ma verrebbe appresa nei primi anni di vita. Ma per la fisica la luna è davvero lì quando nessuno guarda?

Poi una breve e semplice frase sempre del protagonista che ricorda un po’ il calcolo infinitesimale:

Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo…

Un significativo pensiero del protagonista porta invece a riflettere su come la mente rappresenti l’informazione:

Ogni oggetto in noi suol trasformarsi secondo le immagini ch’esso evoca e aggruppa, per cosi dire, attorno a sé. Certo un oggetto può piacere anche per se stesso, per la diversità delle sensazioni gradevoli che ci suscita in una percezione armoniosa; ma ben più spesso il piacere che un oggetto ci procura non si trova nell’oggetto per se medesimo. La fantasia lo abbellisce cingendolo e quasi irraggiandolo d’immagini care. Né noi lo percepiamo più qual esso è, ma così, quasi animato dalle immagini che suscita in noi o che le nostre abitudini vi associano. Nell’oggetto, insomma, noi amiamo quel che vi mettiamo di noi, l’accordo, l’armonia che stabiliamo tra esso e noi, l’anima che esso acquista per noi soltanto e che è formata dai nostri ricordi.

Insomma, una determinata entità è rappresentata da un simbolo che può essere collegato ad una serie di simboli. E quando usiamo l’informazione relativa a qualcosa, a seconda del contesto, verranno richiamati simboli o combinazioni di essi a seconda della necessità, che sia essa il descrivere un oggetto in maniera oggettiva, che sia essa lo stabilire se una cosa ci piace o meno. Insomma, la mente umana può rappresentare un determinato concetto in modi diversi e facendo uso di volta in volta di diversi concetti ad esso associati. (Probabilmente una descrizione simile in termini di simboli risulterà inappropriata dal corrente punto di vista neuropsicologico ma la migliore che riesco ad elaborare in maniera empirica basandomi su quella usata da Hofstadter in GEB).

Uno spunto poi assai interessante sulla coscienza e su come essa dipenda dalle interazioni con altri individui si trova nelle parole del Cav. Tito Lenzi:

La coscienza? Ma la coscienza non serve, caro signore! La coscienza, come guida, non può bastare. Basterebbe forse, ma se essa fosse castello e non piazza, per così dire; se noi cioè potessimo riuscire a concepirci isolatamente, ed essa non fosse per sua natura aperta agli altri. Nella coscienza, secondo me, insomma, esiste una relazione essenziale… sicuro, essenziale, tra me che penso e gli altri esseri che io penso. E dunque non è un assoluto che basti a se stesso, mi spiego? Quando i sentimenti, le inclinazioni, i gusti di questi altri che io penso o che lei pensa non si riflettono in me o in lei, noi non possiamo essere né paghi, né tranquilli, né lieti; tanto vero che tutti lottiamo perché i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre inclinazioni, i nostri gusti si riflettano nella coscienza degli altri. E se questo non avviene, perché… diciamo cosi, l’aria del momento non si presta a trasportare e a far fiorire, caro signore, i germi… i germi della sua idea nella mente altrui, lei non può dire che la sua coscienza le basta. A che le basta? Le basta per viver solo? per isterilire nell’ombra? Eh via! Eh via!

Ed infatti l’apprendimento e le interazioni con l’ambiente, e quindi con gli altri individui, hanno un ruolo chiave nello sviluppo del sistema mente-cervello. Ed infatti concetti come normale e anomalo o addirittura giusto e sbagliato variano al variare delle epoche e delle culture: in sostanza al variare dell’ambiente con cui l’individuo interagisce.

Si notano quindi forti relazioni tra le descrizioni empiriche di come funziona un certo aspetto del mondo e quello che poi sarà il modello scientifico che ne descrive rigorosamente le caratteristiche. E ancora si nota come questioni scientifiche complesse (realtà e teorie quantistiche) siano in analogia con l’esperienza quotidiana (la luna è lì quando nessuno guarda?) più di quanto potremmo pensare.

E tutto contribuisce a costruire il fascino di quella sublime arte che è la scienza.

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Quantum reality

Tuesday, June 17th, 2008

«Per convincervi a non andar via solo perché questa conferenza vi risulterà incomprensibile, vi dirò che anche i miei studenti di fisica non capiscono queste cose. E non le capiscono perché non le capisco nemmeno io. Il fatto è che non le capisce nessuno.» Richard Feynman


«Dio non gioca a dadi con l’universo.» Albert Einstein, 1926

«Piantala di dire a Dio che cosa fare con i suoi dadi.» Niels Bohr

«Non solo Dio gioca a dadi, ma li getta laddove non possiamo vederli.» Richard Feynman


«È possibile che la Natura sia così assurda come ci appare in questi esperimenti atomici?» Werner Heisemberg

«Il punto essenziale non è se una teoria piaccia o non piaccia, ma se fornisca previsioni in accordo con gli esperimenti. [...] Dal punto divista del buon senso l’elettrodinamica quantistica descrive una natura assurda. Tuttavia è in perfetto accordo con i dati sperimentali. Mi auguro quindi che riuscirete ad accettare la Natura per quello che è: assurda.» Richard Feynman, 1985

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Brave New War

Friday, May 30th, 2008

Ne Il Mondo Nuovo, Huxley ipotizzava la standardizzazione genetica degli individui. Gli embrioni destinati ad appartenere alle caste inferiori (Gamma, Delta ed Epsilon) venivano indotti a riprodursi, e così a cascata il procedimento veniva applicato gli embrioni ottenuti, fino ad un massimo di 96 embrioni a partire da un solo individuo. Il concetto di clonazione era ancora lontano dall’immaginario collettivo e poco si sapeva sul DNA. Nell’ipotesi di Huxley, la duplicazione veniva ottenuta bloccando lo sviluppo dell’embrione mediante un qualche tipo di stress, in reazione al quale l’embrione germogliava. Il tutto prendeva il nome di processo Bokanovsky.

Ottenere gruppi in numero variabile da 8 a 96 individui geneticamente identici permetteva di ottimizzare il rendimento produttivo di tali persone, presentando essi identica risposta ai condizionamenti chimici e psicologici durante l’infanzia. Il tipo di società del mondo nuovo tendeva a sopprimere l’identità dell’individuo in favore di una prospettiva collettiva, a maggior ragione per le caste inferiori, e questo impediva anche lo sviluppo di personalità diverse all’interno di questi gruppi di gemelli-cloni. La potenza di uno strumento simile per il controllo della società appare enorme.

Ma c’è un tema che la favola non tocca, e che è appena sfiorato da Ritorno al Mondo Nuovo: la guerra, o meglio, la guerra in una società di questo genere. Nel mondo di Huxley vi è un solo stato, un solo governo imperante: assenza e impossibilità di uno stato di guerra, ben lontano dalla situazione «la guerra è pace» in 1984 di Orwell.

Gruppi di individui pressoché identici prodotti in serie ed in gran quantità, condizionati ad accettare la morte come cosa naturale, con l’idea di «appartenere a tutti gli altri» sarebbero ideali come soldati. Ricorda qualcosa? Star Wars, i cloni e, poi, le truppe imperiali. Tutti cloni di un unico individuo, privi o quasi di personalità individuale, tutti con identica armatura-uniforme e tutti dietro una maschera. Lucas ha dichiarato, al fine di risolvere incongruenze tra le due trilogie, che le truppe imperiali non sono tutte cloni, ma il concetto rimane. Non so quanto fosse nelle intenzioni di Lucas rappresentare questo, ma l’immagine piatta che viene resa di tali truppe (anche se questo spesso avviene nei film quando si tratta di nemici) può essere vista come significativa in questo senso.

A latere, è interessante considerare come individui di questo genere non solo avrebbero meno paura della morte e sarebbero più determinati dell’azione, ma la loro morte stessa sarebbe vista come poco significativa, visto il valore nullo della loro personalità.

In sostanza, applicate l’efficienza produttiva delle caste inferiori del Mondo Nuovo ad un contesto in cui gli individui siano destinati alla guerra, pensate anche ai cloni di Star Wars e traete le vostre conclusioni.

Se questo sembra molto lontano, pensate al potere di certa propaganda di indurre nelle persone determinate volontà, idee, fanatismi: propaganda e condizionamento sono trattati accuratamente in Ritorno al Mondo Nuovo. A me vengono in mente Un anno sull’altopiano, Apocalypse Now e Full Metal Jacket.

E oggi? E domani?

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Brain damage?

Saturday, December 22nd, 2007

Accade spesso: diciamo che qualcuno è pazzo perché troviamo troppo abominevole una qualche sua azione (es. omicidi, stragi et similia).

Ma qual è la verità? Si può davvero definire pazzo? O siamo noi che vogliamo pensare che lo sia, per non dover ammettere che l’uomo, di per sé, può agire con freddezza e malvagità per noi inconcepibili?

Magari il fatto che per la società un’azione sia inconcepibile è sufficiente per definire pazzo chi la commette. Ma c’è veramente un fatto neurologico dietro o è solo un costrutto sociale, un’espediente usato dalla società per difendersi?

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Brain damage

Sunday, November 4th, 2007

La pazzia e la follia sono argomenti piuttosto inflazionati.

Molte discussioni su ciò, specialmente in certi contesti, fanno riferimento a Pirandello e vertono sulle sue opinioni, sulle quali sono approssimativo dal momento che le considero piuttosto ininfluenti. L’idea è che il pazzo viene definito tale quando si toglie la/e maschera/e e cerca di mostrare quello che dovrebbe essere l’uno, sé stesso.

Le disquisizioni filosofiche che ne possono derivare sono moltissime, ma piuttosto inutili dal momento che ciò che ora sappiamo sulle neuroscienze e sull’evoluzione del cervello ci permette di ragionare partendo da qualcosa di abbastanza concreto.

Insomma, come distinguere i pazzi?

Le malattie mentali, tra cui i vari comportamenti che nel linguaggio comune si indicano con il termine pazzia, possono derivare da un evidente problema genetico che causi problemi al funzionamento normale del cervello o da processi più complessi, legati più all’esperienza e alle interazioni dell’individuo (anche se il rapporto tra i due fattori può variare moltissimo a seconda dei casi, ad esempio possono esservi malattie principalmente derivate dall’esperienza, ma che risentono di predisposizioni genetiche e così via).

Ora il problema di distinguere i pazzi si pone nei casi in cui la malattia mentale non è riconducibile, in modo semplice, ad un’evidente problema del cervello.

Si potrebbe pensare dunque alla malattia mentale come un comportamento anomalo rispetto a quello assunto da un cervello standard, costruito secondo i dettami del DNA. Il problema è che il cervello ha solamente una predisposizione alla nascita, ma la sua evoluzione è fortemente influenzata dall’esperienza (che a dir la verità pare possa influire anche prima della nascita), e l’esperienza inevitabilmente ha una sua componente formata dagli input provenienti dalla società. In sostanza, un cervello standard non esiste.

Quanto la società influenzi lo sviluppo del cervello sarebbe una cosa interessante da capire. Sembra comunque legittimo pensare che il pazzo venga definito dalla società, perché anomalo rispetto ai funzionamenti di essa o ai comportamenti normali. E probabilmente il fatto che in soggetti con determinate malattie vi siano livelli anomali di alcuni neurotrasmettitori aiuta a distinguere. È invece meno logico, a mio avviso, sostenere che il pazzo sia chi cerca di essere sé stesso, per i problemi concernenti il significato di essere sé stessi.

Essere noi stessi assume quindi un significato estremamente difficile da comprendere, giacché il noi stessi non è dato dalla mente del cervello con la predisposizione che si ha alla nascita, ma del cervello che si è sviluppato in funzione sia di quanto scritto nel DNA sia degli stimoli, degli input dell’ambiente.

O forse essere noi stessi non ha proprio alcun significato.

And if the cloud bursts, thunder in your ear,
you shout and no one seems to hear.
And if the band you’re in starts playing different tunes
I’ll see you on the dark side of the moon.

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Trust is a weakness

Sunday, October 7th, 2007

Trust. Su cosa sia la fiducia, ognuno penso abbia la propria idea, quantomeno la propria variante. Non mi soffermo sull’esprimere la mia, che non ho motivo di presumere sia più valida di altre, ma soprattutto è piuttosto ininfluente su quanto voglio trattare.

Vediamo, insomma, come possiamo rappresentare la fiducia, individuando un modello abbastanza valido, ispirato alle web of trust. In sostanza, dato un’insieme di persone tra le quali possono sussistere rapporti di fiducia, possiamo rappresentare esse mediante nodi di un grafo orientato e pesato. La fiducia di una persona A in B è quindi individuata dal peso assegnato all’arco orientato che da A va a B.

Vediamo un po’ di caratteristiche di questo grafo: la presenza di un arco che va da A a B rappresenta la conoscenza da parte di A dell’esistenza della persona B: automaticamente, quando vi è un rapporto di conoscenza, vi è un certo livello di fiducia. Tra due nodi possono esservi:

  • 0 archi: nessun rapporto di conoscenza e quindi di fiducia
  • 1 arco orientato: rapporto di conoscenza unidirezionale, con relativo valore di fiducia
  • 2 archi orientati in direzioni opposte: rapporto di conoscenza reciproco, con due valori di fiducia

Ora, la natura del valore che andrà a rappresentare il livello di fiducia mediante la sua assegnazione ad un arco, dipende dagli aspetti della fiducia che si vogliono rappresentare e dall’approssimazione con cui si vuole farlo. Opterei intanto per un intervallo continuo. Si potrebbe obiettare che ridurre la fiducia ad un mero numero sia riduttivo, ma potrei rispondere che non siamo vincolati ad un valore scalare, può essere benissimo una grandezza vettoriale con un numero a piacere N di dimensioni, in modo da rappresentare la cosa quanto dettagliatamente si vuole. Che poi sia difficile farlo, è un altro discorso. Ad ogni modo il modulo di questa grandezza rappresenta il livello di fiducia, che può essere positivo (fiducia), nullo (insufficienti elementi per determinarlo) o negativo (sfiducia).

Ora vediamo come il sistema è visto da una persona che è un nodo dello stesso sistema, invece che da un punto di vista onnisciente. Innanzitutto la persona si basa su un numero più o meno minore, rispetto al totale, di nodi e archi noti. La fiducia che A ha un B è funzione sia del valore soggettivo frutto dell’esperienza personale (componente diretta) di A nelle interazioni con B, sia della fiducia che una generica terza parte C ha in B e della fiducia che A ha in C stessa (componente indiretta). Si potrebbe rendere in maniera formale, ma non avrebbe utilità in questa sede. (Si potrebbe anche considerare il caso in cui la sfiducia da parte di B nei confronti di una persona D per la quale il proprio livello di fiducia è molto alto, vada, anziché a diminuire il livello di fiducia in D, a diminuire il livello di fiducia in B.) Ci sono vari fattori che però contribuiscono ad aumentare l’incertezza della componente indiretta del livello di fiducia:

  • A non è al corrente di tutti i nodi che hanno un arco uscente verso B
  • Per i nodi di questo tipo che sono noti, A non conosce tutti i pesi associati agli archi
  • Per i nodi di questo tipo e i pesi associati agli archi che sono noti, A ha conosce un valore che non necessariamente è quello attuale, e la cui affidabilità dipende dalla frequenza delle interazioni con la terza parte e dal tempo trascorso dall’ultima interazione.

Come si può notare, l’evoluzione temporale del sistema assume caratteristiche molto complesse.

Anche il peso relativo della componente diretta e di quella indiretta del livello di fiducia dipendono da vari fattori, in particolare dalla frequenza delle interazioni con B e dal livello di conoscenza che A ha di B. È necessario quindi, quando A si trova ad aggiornare un peso assegnato ad un determinato arco (a seguito ad esempio di un’interazione con un’altra persona), il ricalibro (o ricalcolo) di tutti i pesi dipendenti da esso, o almeno quelli sui quali la variazione non è trascurabile.

Che sia facile, difficile, indolore o doloroso, deve essere fatto. Non è possibile decidere di non (ri)assegnare un peso ad un determinato arco uscente dal nodo che rappresenta noi stessi, ed è difficile farlo in alcune situazioni, ed è tanto più difficile farlo quanto è grande la variazione del valore in questione.

E così a volte ci si trova soli. Senza nessuno a cui chiedere o con cui consultarsi. Perché un po’ tutti sono coinvolti nell’insieme di valori di fiducia da riassegnare. E così ci si sente smarriti, almeno per un po’. Si è soli, e bisogna effettuare determinate scelte. La soluzione migliore, forse, è quella di confrontarsi direttamente con la persona nei confronti della quale bisogna rivalutare la fiducia. O forse no. Forse è proprio vero che “la fiducia è una debolezza”.

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Incertezza (2)

Sunday, July 1st, 2007

Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi. - Bertrand Russell

Non necessariamente però qualcuno pieno di dubbi è intelligente.

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Incertezza

Sunday, June 10th, 2007

A volte ho l’impressione di essere l’unico ad avere le idee confuse, a non sapere come comportarsi in certe situazioni, ad essere dubbioso su determinate cose. Mentre gli altri sembrano avere sempre le idee chiare e non avere dubbi in merito. O forse ostentano solamente, chi può dirlo?

E, paradossalmente, a volte è più piacevole sentirsi rispondere un «non so» da condividere invece di una risposta sicura e decisa.


The lunatic is in my head
The lunatic is in my head
You raise the blade, you make the change
You re-arrange me ’till I’m sane
You lock the door
And throw away the key
There is someone in my head but it’s not me.

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Prospettive

Sunday, February 18th, 2007

È sconcertante talvolta rendersi conto del fatto che le cose ci appaiano tali solo in funzione della nostra prospettiva.

È stupefacente vedere la realtà mutare cambiando sistema di riferimento, proiettando su piani diversi la stessa cosa, variando la nostra prospettiva.

Ci si rende conto di come la nostra percezione della realtà condizioni i nostri tentativi di descriverla. Di come la nostra percezione della realtà sia anomala rispetto alla natura della realtà stessa.

Perché percepiamo il tempo come qualcosa di separato dallo spazio? (E tra l’altro, perché non riusciamo a visualizzare nella nostra mente spazi a più di tre dimensioni?) Forse percepiamo così la realtà perché è l’unico tipo di percezione permessa dalla nostra esistenza? O forse è questo tipo di percezione ad essere indispensabile al fine di permettere la nostra esistenza? Esistenza che d’altronde constatiamo mediante la percezione di cui sopra, cosa che porta ad un’eterna ricorsione. Sono tutte implicazioni del principio antropico?

Tornando alle prospettive, a volte per trovare una spiegazione a qualcosa basta vederla da un altro punto di vista: «Il disordine aumenta col tempo perché noi misuriamo il tempo nella direzione in cui il disordine aumenta.»  (Stephen Hawking)
Ed ecco che si spiega perché la freccia del tempo psicologica ha lo stesso verso della freccia del tempo termodinamica.

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Tempocontinuità

Friday, January 5th, 2007

Un post sul nuovo anno per il calendario gregoriano e sul nuovo anno della mia vita non credo potesse mancare, seppur in relativo ritardo.

Intanto non posso che citare un post di Joke e uno di Angel, che ho molto apprezzato. Segue la mia inutile riflessione sul tema.

Che significato ha l’inizio di un nuovo anno? Il sistema che usiamo per misurare il tempo è fatto in modo che le stagioni coincidano sempre con gli stessi periodi dell’anno, ma il punto di inizio del nuovo anno è convenzionale. «La Natura, signor mio, si burla delle costituzioni e decreti de i principi, degli imperatori e de i monarchi, a richiesta dè i quali ella non muterebbe un iota delle leggi e statuti suoi.» Già, per la natura il primo gennaio non è diverso dagli altri giorni. Per parte della popolazione mondiale sì, per tutta una serie di contruzioni sociali che vi poggiano sopra. Forse l’inizio di un nuovo anno diventa il motivo, o il pretesto, per cambiare qualcosa, che altrimenti saremmo incapaci di cambiare? Forse sto sopravvalutando la cosa, forse è l’effetto di continuare a sentir dire anno nuovo, vita nuova, non so.

Il compleanno invece è diverso, ma in qualche modo si ricollega, o forse sono io che sto forzando un’analogia. Il proprio compleanno n-esimo rappresenta il giorno in cui sono passati n anni dalla propria nascita, ma l’anno è un’unità di misura che non dipende da alcun ritmo biologico, il giorno del compleanno è un giorno quindi come tutti gli altri. Cosa significa? Nulla, non è questo il punto. Il punto è che il nostro sviluppo (o la nostra regressione) di sistemi tempovarianti è continuo, non discreto. Siamo tempocontinui, e più grande è l’unità di misura che usiamo per misurare l’età, più grande è l’errore che commettiamo nell’uso di questa grandezza. Ma alla fine è inutile fare considerazioni su ciò, dal momento che è molto più grande l’incertezza data dall’usare l’età stessa come elemento di valutazione per altre caratteristiche dell’individuo.

Rileggendo, a posteriori, mi accorgo che è difficile trovare un senso a questo post. Però quando ho iniziato a scrivere un senso lo avevo in mente. Forse che non dobbiamo concentrarci sul quando, ma piuttosto sul come e sul perché? Forse che la rappresentazione (non la percezione) che noi diamo del mondo non sempre lo rispecchia adeguatamente?