Archive for the 'No Time, no Space' Category

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Il fu (Mattia) Pascal

Tuesday, August 19th, 2008

Al di là del tema centrale del romanzo di Pirandello è piacevole cogliere alcuni passaggi interessanti che di volta in volta ricordano alcuni concetti o offrono spunti di riflessione interessanti. La bellezza di essi sta nell’essere, oltre che inaspettati, per lo più ante litteram per quanto riguarda i temi a cui si possono ricondurre.

Ecco che Mattia Pascal, discutendo con don Eligio, azzarda dire, per riferirsi a tempi passati, quando la terra non girava… e all’obiezione del reverendo sul fatto che la terra avesse sempre girato risponde:

Non è vero. L’uomo non lo sapeva, e dunque era come se non girasse. Per tanti, anche adesso non gira. L’ho detto l’altro giorno a un vecchio contadino, e sapete come m’ha risposto? ch’era una buona scusa per gli ubriachi.

In effetti se nessuno è a conoscenza di qualcosa è come se questa non sussistesse, a parità di effetti riscontrabili. E quindi qualcosa che non osserviamo continua ad esistere o avvenire? Per quanto riguarda l’uomo la concezione che qualcosa continui ad esistere quando se non la vediamo sembrerebbe non essere innata, ma verrebbe appresa nei primi anni di vita. Ma per la fisica la luna è davvero lì quando nessuno guarda?

Poi una breve e semplice frase sempre del protagonista che ricorda un po’ il calcolo infinitesimale:

Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo…

Un significativo pensiero del protagonista porta invece a riflettere su come la mente rappresenti l’informazione:

Ogni oggetto in noi suol trasformarsi secondo le immagini ch’esso evoca e aggruppa, per cosi dire, attorno a sé. Certo un oggetto può piacere anche per se stesso, per la diversità delle sensazioni gradevoli che ci suscita in una percezione armoniosa; ma ben più spesso il piacere che un oggetto ci procura non si trova nell’oggetto per se medesimo. La fantasia lo abbellisce cingendolo e quasi irraggiandolo d’immagini care. Né noi lo percepiamo più qual esso è, ma così, quasi animato dalle immagini che suscita in noi o che le nostre abitudini vi associano. Nell’oggetto, insomma, noi amiamo quel che vi mettiamo di noi, l’accordo, l’armonia che stabiliamo tra esso e noi, l’anima che esso acquista per noi soltanto e che è formata dai nostri ricordi.

Insomma, una determinata entità è rappresentata da un simbolo che può essere collegato ad una serie di simboli. E quando usiamo l’informazione relativa a qualcosa, a seconda del contesto, verranno richiamati simboli o combinazioni di essi a seconda della necessità, che sia essa il descrivere un oggetto in maniera oggettiva, che sia essa lo stabilire se una cosa ci piace o meno. Insomma, la mente umana può rappresentare un determinato concetto in modi diversi e facendo uso di volta in volta di diversi concetti ad esso associati. (Probabilmente una descrizione simile in termini di simboli risulterà inappropriata dal corrente punto di vista neuropsicologico ma la migliore che riesco ad elaborare in maniera empirica basandomi su quella usata da Hofstadter in GEB).

Uno spunto poi assai interessante sulla coscienza e su come essa dipenda dalle interazioni con altri individui si trova nelle parole del Cav. Tito Lenzi:

La coscienza? Ma la coscienza non serve, caro signore! La coscienza, come guida, non può bastare. Basterebbe forse, ma se essa fosse castello e non piazza, per così dire; se noi cioè potessimo riuscire a concepirci isolatamente, ed essa non fosse per sua natura aperta agli altri. Nella coscienza, secondo me, insomma, esiste una relazione essenziale… sicuro, essenziale, tra me che penso e gli altri esseri che io penso. E dunque non è un assoluto che basti a se stesso, mi spiego? Quando i sentimenti, le inclinazioni, i gusti di questi altri che io penso o che lei pensa non si riflettono in me o in lei, noi non possiamo essere né paghi, né tranquilli, né lieti; tanto vero che tutti lottiamo perché i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre inclinazioni, i nostri gusti si riflettano nella coscienza degli altri. E se questo non avviene, perché… diciamo cosi, l’aria del momento non si presta a trasportare e a far fiorire, caro signore, i germi… i germi della sua idea nella mente altrui, lei non può dire che la sua coscienza le basta. A che le basta? Le basta per viver solo? per isterilire nell’ombra? Eh via! Eh via!

Ed infatti l’apprendimento e le interazioni con l’ambiente, e quindi con gli altri individui, hanno un ruolo chiave nello sviluppo del sistema mente-cervello. Ed infatti concetti come normale e anomalo o addirittura giusto e sbagliato variano al variare delle epoche e delle culture: in sostanza al variare dell’ambiente con cui l’individuo interagisce.

Si notano quindi forti relazioni tra le descrizioni empiriche di come funziona un certo aspetto del mondo e quello che poi sarà il modello scientifico che ne descrive rigorosamente le caratteristiche. E ancora si nota come questioni scientifiche complesse (realtà e teorie quantistiche) siano in analogia con l’esperienza quotidiana (la luna è lì quando nessuno guarda?) più di quanto potremmo pensare.

E tutto contribuisce a costruire il fascino di quella sublime arte che è la scienza.

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Variazioni Gödel

Saturday, March 22nd, 2008

  • Problemi per i quali è nota una procedura risolutiva certamente terminante in un tempo prevedibile.
  • Problemi per i quali è nota una procedura risolutiva certamente terminante in un tempo prevedibile, ma con una complessità, non polinomiale, che la rende impraticabile.
  • Problemi per i quali è nota una procedura risolutiva certamente terminante ma in un tempo non prevedibile.
  • Problemi per i quali è nota una procedura risolutiva che può essere terminante o non terminante, a seconda della soluzione.
  • Problemi per i quali non è nota alcuna procedura risolutiva ed esiste la possibilità che essa non esista, pur avendo il problema una soluzione determinata.

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Olismo o riduzionismo?

Friday, February 8th, 2008

Preludio e…

Non è facile trovare l’approccio giusto al problema, se non altro perché viene da chiedersi se sia realmente un problema o se ai fini di descrivere la realtà sia ininfluente.

Semplificando, l’olismo sostiene che un sistema (il tutto) sia maggiore della somma delle sue parti, mentre il riduzionismo sostiene che esso sia uguale alla somma delle sue parti.

Già a un livello di descrizione così semplificato si ha un’idea di quanto sia problematico costruire una riflessione sul tema. Innanzitutto non si sta parlando di grandezze fisiche o valori numerici, quindi maggiore, uguale e somma sono termini in qualche modo inappropriati. In secondo luogo, e questo sarà il punto fondamentale, va compreso cosa significa in questo caso essere, il che è tutt’altro che banale.

Premesso questo, veniamo al punto. Abbiamo spesso a che fare con sistemi il cui comportamento può, a seconda dei casi, essere ben noto e compreso a livello delle componenti elementari, oltre che deterministico e prevedibile a livello di fenomeni che coinvolgono il sistema nel suo complesso.

Si può pensare alle leggi dei gas: le particelle si muovono, anche se secondo le leggi della meccanica, in maniera caotica, ma il comportamento macroscopico è descrivibile con modelli relativamente semplici; è anche possibile, con una derivazione relativamente semplice, verificare la relazione tra l’energia cinetica media delle molecole e la temperatura del gas.

Si può pensare anche alla corrente elettrica: gli elettroni si muovono in modo casuale a velocità elevatissime, ma il loro flusso in un conduttore sottoposto a differenza di potenziale è, in un certo senso, ordinato e descrivibile con modelli ben precisi.

Ma man mano però che i sistemi diventano più complessi, si pensi ai sistemi climatici, ai sistemi sociali o al sistema complesso per eccellenza, il cervello umano, si perde di vista la correlazione tra i fenomeni che avvengono a livello elementare e i fenomeni ad alto livello, dati dal comportamento complessivo del sistema. A livello formale, i fenomeni ad alto livello possono essere talmente complessi da renderne molto difficile l’elaborazione di un modello a complessità accettabile, figuriamoci i problemi insiti nel descrivere la loro correlazione con la moltitudine di fenomeni elementari da cui derivano.

Il fatto di non riuscire a dare un tal tipo di descrizione implica di fatto che il sistema non sia riconducibile alla sola somma delle sue parti? Ma come possiamo ragionare su ciò che è il sistema se non ragionando sul migliore modello di esso che riusciamo a definire?

Il fatto che non si riesca a definire un modello che riconduca il comportamento complessivo di certi sistemi ai fenomeni di livello elementare è l’unico che si può constatare oggettivamente. E non ci dice né che il sistema è più della somma delle sue parti né che è uguale alla somma delle sue parti, piuttosto sembra che far perdere senso alla questione. Se ragioniamo, possiamo ragionare comunque su modelli del sistema, siano essi modelli matematici o modelli mentali, ma non possiamo che rimanere agnostici per quanto riguarda ciò che il sistema è.

Quindi, di fatto, che ragion d’essere ha la controversia tra olismo e riduzionismo se è ininfluente per quanto concerne la descrizione della realtà?

Come al solito, forse mi sfugge qualcosa, anche se a differenza di altre volte mi pare di esser arrivato ad una determinata conclusione. Si invitano i lettori ad correggere eventuali errori, fallacie e quant’altro o semplicemente ad esprimere la propria opinione.

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Brain damage

Sunday, November 4th, 2007

La pazzia e la follia sono argomenti piuttosto inflazionati.

Molte discussioni su ciò, specialmente in certi contesti, fanno riferimento a Pirandello e vertono sulle sue opinioni, sulle quali sono approssimativo dal momento che le considero piuttosto ininfluenti. L’idea è che il pazzo viene definito tale quando si toglie la/e maschera/e e cerca di mostrare quello che dovrebbe essere l’uno, sé stesso.

Le disquisizioni filosofiche che ne possono derivare sono moltissime, ma piuttosto inutili dal momento che ciò che ora sappiamo sulle neuroscienze e sull’evoluzione del cervello ci permette di ragionare partendo da qualcosa di abbastanza concreto.

Insomma, come distinguere i pazzi?

Le malattie mentali, tra cui i vari comportamenti che nel linguaggio comune si indicano con il termine pazzia, possono derivare da un evidente problema genetico che causi problemi al funzionamento normale del cervello o da processi più complessi, legati più all’esperienza e alle interazioni dell’individuo (anche se il rapporto tra i due fattori può variare moltissimo a seconda dei casi, ad esempio possono esservi malattie principalmente derivate dall’esperienza, ma che risentono di predisposizioni genetiche e così via).

Ora il problema di distinguere i pazzi si pone nei casi in cui la malattia mentale non è riconducibile, in modo semplice, ad un’evidente problema del cervello.

Si potrebbe pensare dunque alla malattia mentale come un comportamento anomalo rispetto a quello assunto da un cervello standard, costruito secondo i dettami del DNA. Il problema è che il cervello ha solamente una predisposizione alla nascita, ma la sua evoluzione è fortemente influenzata dall’esperienza (che a dir la verità pare possa influire anche prima della nascita), e l’esperienza inevitabilmente ha una sua componente formata dagli input provenienti dalla società. In sostanza, un cervello standard non esiste.

Quanto la società influenzi lo sviluppo del cervello sarebbe una cosa interessante da capire. Sembra comunque legittimo pensare che il pazzo venga definito dalla società, perché anomalo rispetto ai funzionamenti di essa o ai comportamenti normali. E probabilmente il fatto che in soggetti con determinate malattie vi siano livelli anomali di alcuni neurotrasmettitori aiuta a distinguere. È invece meno logico, a mio avviso, sostenere che il pazzo sia chi cerca di essere sé stesso, per i problemi concernenti il significato di essere sé stessi.

Essere noi stessi assume quindi un significato estremamente difficile da comprendere, giacché il noi stessi non è dato dalla mente del cervello con la predisposizione che si ha alla nascita, ma del cervello che si è sviluppato in funzione sia di quanto scritto nel DNA sia degli stimoli, degli input dell’ambiente.

O forse essere noi stessi non ha proprio alcun significato.

And if the cloud bursts, thunder in your ear,
you shout and no one seems to hear.
And if the band you’re in starts playing different tunes
I’ll see you on the dark side of the moon.

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Trust is a weakness

Sunday, October 7th, 2007

Trust. Su cosa sia la fiducia, ognuno penso abbia la propria idea, quantomeno la propria variante. Non mi soffermo sull’esprimere la mia, che non ho motivo di presumere sia più valida di altre, ma soprattutto è piuttosto ininfluente su quanto voglio trattare.

Vediamo, insomma, come possiamo rappresentare la fiducia, individuando un modello abbastanza valido, ispirato alle web of trust. In sostanza, dato un’insieme di persone tra le quali possono sussistere rapporti di fiducia, possiamo rappresentare esse mediante nodi di un grafo orientato e pesato. La fiducia di una persona A in B è quindi individuata dal peso assegnato all’arco orientato che da A va a B.

Vediamo un po’ di caratteristiche di questo grafo: la presenza di un arco che va da A a B rappresenta la conoscenza da parte di A dell’esistenza della persona B: automaticamente, quando vi è un rapporto di conoscenza, vi è un certo livello di fiducia. Tra due nodi possono esservi:

  • 0 archi: nessun rapporto di conoscenza e quindi di fiducia
  • 1 arco orientato: rapporto di conoscenza unidirezionale, con relativo valore di fiducia
  • 2 archi orientati in direzioni opposte: rapporto di conoscenza reciproco, con due valori di fiducia

Ora, la natura del valore che andrà a rappresentare il livello di fiducia mediante la sua assegnazione ad un arco, dipende dagli aspetti della fiducia che si vogliono rappresentare e dall’approssimazione con cui si vuole farlo. Opterei intanto per un intervallo continuo. Si potrebbe obiettare che ridurre la fiducia ad un mero numero sia riduttivo, ma potrei rispondere che non siamo vincolati ad un valore scalare, può essere benissimo una grandezza vettoriale con un numero a piacere N di dimensioni, in modo da rappresentare la cosa quanto dettagliatamente si vuole. Che poi sia difficile farlo, è un altro discorso. Ad ogni modo il modulo di questa grandezza rappresenta il livello di fiducia, che può essere positivo (fiducia), nullo (insufficienti elementi per determinarlo) o negativo (sfiducia).

Ora vediamo come il sistema è visto da una persona che è un nodo dello stesso sistema, invece che da un punto di vista onnisciente. Innanzitutto la persona si basa su un numero più o meno minore, rispetto al totale, di nodi e archi noti. La fiducia che A ha un B è funzione sia del valore soggettivo frutto dell’esperienza personale (componente diretta) di A nelle interazioni con B, sia della fiducia che una generica terza parte C ha in B e della fiducia che A ha in C stessa (componente indiretta). Si potrebbe rendere in maniera formale, ma non avrebbe utilità in questa sede. (Si potrebbe anche considerare il caso in cui la sfiducia da parte di B nei confronti di una persona D per la quale il proprio livello di fiducia è molto alto, vada, anziché a diminuire il livello di fiducia in D, a diminuire il livello di fiducia in B.) Ci sono vari fattori che però contribuiscono ad aumentare l’incertezza della componente indiretta del livello di fiducia:

  • A non è al corrente di tutti i nodi che hanno un arco uscente verso B
  • Per i nodi di questo tipo che sono noti, A non conosce tutti i pesi associati agli archi
  • Per i nodi di questo tipo e i pesi associati agli archi che sono noti, A ha conosce un valore che non necessariamente è quello attuale, e la cui affidabilità dipende dalla frequenza delle interazioni con la terza parte e dal tempo trascorso dall’ultima interazione.

Come si può notare, l’evoluzione temporale del sistema assume caratteristiche molto complesse.

Anche il peso relativo della componente diretta e di quella indiretta del livello di fiducia dipendono da vari fattori, in particolare dalla frequenza delle interazioni con B e dal livello di conoscenza che A ha di B. È necessario quindi, quando A si trova ad aggiornare un peso assegnato ad un determinato arco (a seguito ad esempio di un’interazione con un’altra persona), il ricalibro (o ricalcolo) di tutti i pesi dipendenti da esso, o almeno quelli sui quali la variazione non è trascurabile.

Che sia facile, difficile, indolore o doloroso, deve essere fatto. Non è possibile decidere di non (ri)assegnare un peso ad un determinato arco uscente dal nodo che rappresenta noi stessi, ed è difficile farlo in alcune situazioni, ed è tanto più difficile farlo quanto è grande la variazione del valore in questione.

E così a volte ci si trova soli. Senza nessuno a cui chiedere o con cui consultarsi. Perché un po’ tutti sono coinvolti nell’insieme di valori di fiducia da riassegnare. E così ci si sente smarriti, almeno per un po’. Si è soli, e bisogna effettuare determinate scelte. La soluzione migliore, forse, è quella di confrontarsi direttamente con la persona nei confronti della quale bisogna rivalutare la fiducia. O forse no. Forse è proprio vero che “la fiducia è una debolezza”.

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Psicostoria (2)

Sunday, April 15th, 2007

Era necessario un secondo intervento sul tema, anche in funzione dei commenti ricevuti, di idee scambiate e di riflessioni compiute. Innanzitutto, il dubbio espresso alla fine del post precedente sul tema non ha motivo d’essere. Lo sviluppo di nuove tecnologie per il calcolo richiede comunque la risoluzione di problemi, ognuno con la propria complessità.

Ora, non avevo considerato che un sistema sociale è stocastico, non deterministico. Di conseguenza l’approccio alla complessità, sul quale si basavano le considerazioni precedenti, potrebbe essere errato. Anzi, nella psicostoria di Asimov, le previsioni sono più esatte quanto più grande è la massa di individui considerata. E effettivamente tanto più grande è un sistema, tanto più il comportamento di un singolo elemento diminuisce di influenza. E tanto più grande il tempo considerato, tanto un singolo evento diventa meno influente. Tuttavia, non è detto agiscano necessariamente meccanismi di feedback negativo, potrebbero agire meccanismi di feedback positivo che tendono ad amplificare i singoli eventi.

Un’altra considerazione è che le previsioni che si riescono a determinare possano non permettere di determinare lo stato futuro del sistema con precisione sufficiente. O praticamente che possano risultare totalmente inutili.

Infine, oltre all’approccio stocastico, potrebbe risultare interessante anche l’idea di una simulazione basata su un modello numerico dell’evoluzione di un sistema simile, ovviamente con un determinato grado di approssimazione. Non quanto sia fattibile e se quindi possa fornire più informazioni rispetto al modello probabilistico.

Terminando qui il secondo capitolo sulla psicostoria, due note per quanto riguarda i romanzi. Rileggere Il crollo della galassia centrale e L’altra faccia della spirale conoscendo già la verità sul Mule (o Mulo, a seconda della traduzione) e sulla Seconda Fondazione non è proprio la stessa cosa, anche se vi sono numerosi dettagli che si dimenticano e che si ha piacere a riscoprire. Il fascino della spiegazione riguardo lo svolgersi dei fatti da parte del Primo Oratore al suo allievo è comunque il medesimo. E intanto mi dirigo verso L’orlo della Fondazione, del quale uno dei titoli ipotizzati era Foundations at bay

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Psicostoria

Sunday, March 4th, 2007

Ci sono diversi motivi per cui si rilegge un romanzo, tra cui rifletterci con maggiore consapevolezza o ricordarlo in vista di letture relate ad esso.

Così ho rispolverato Cronache della galassia (o Fondazione, ma come titolo non è altrettanto affascinante) e mi da le stesse sensazioni della prima volta. La sottigliezza dell’agire di Hardin nella seconda crisi Seldon è qualcosa di magnifico e mi colpisce allo stesso modo.

La psicostoria è il fondamento del progetto di Seldon e base dell’intero ciclo della Fondazione.

«PSICOSTORIA… Gaal Dornick, servendosi di concetti non matematici, ha definito la psicostoria come quella branca della matematica che studia le reazioni d’un agglomerato umano a determinati stimoli sociali ed economici…
È implicito in tutte queste definizioni che l’agglomerato umano in questione deve essere sufficientemente grande da consentire varie elaborazioni statistiche. Le dimensioni minime dell’agglomerato possono essere calcolate con il primo Teorema di Seldon che dice… Un ulteriore assunto è che la comunità esaminata deve essere, essa stessa, all’oscuro dell’analisi psicostorica affinché le sue reazioni siano assolutamente istintive…
La base di ogni scienza psicostorica valida è nello sviluppo delle Funzioni Seldon che conferiscono proprietà analoghe a quelle forze sia economiche sia sociali che…»
Enciclopedia Galattica. CXVI edizione. Terminus, Editori Enciclopedia Galattica, 1020 E.F.

Affascinano le precise previsioni di Seldon sulle distribuzioni di probabilità riguardo al futuro del suo progetto. La cosa è interessante e porta a chiedersi, inevitabilmente, se sia possibile compiere delle analisi statistiche sui comportamenti delle masse fino a prevederne i comportamenti futuri, basandosi unicamente sullo stato attuale del sistema.

La risposta è no. Perché? È presto detto (un grazie a J B che a suo tempo me lo spiegò, vediamo se riesco, ad oggi, a spiegarlo io e ad aggiungerci qualche riflessione).

Il postulato, falso, imposto da Asimov è che il modello matematico di un sistema psicostorico cresca più lentamente (in modo sub-lineare) rispetto alla crescita del sistema stesso. In questo modo sarebbe possibile risolvere il modello matematico che predice il comportamento del sistema dall’istante attuale t0 fino ad un istante t in un tempo molto minore di t - t0. Non sono noti però modelli di sistemi a complessità sub-lineare: la complessità può essere polinomiale, esponenziale o fattoriale. Un sistema complesso come un sistema sociale potrebbe essere descritto solamente da modelli molto complessi. Si pensi ai sistemi caotici: essi hanno un comportamento deterministico ma talmente complesso da risultare impredicibile.

Tuttavia permane un dubbio. La velocità con la quale possiamo risolvere un problema dipende dalla velocità dei mezzi a nostra disposizione: essa stessa evolve nel tempo e potrebbe evolvere secondo vari modelli di crescita… ha una qualche implicazione?

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Prospettive

Sunday, February 18th, 2007

È sconcertante talvolta rendersi conto del fatto che le cose ci appaiano tali solo in funzione della nostra prospettiva.

È stupefacente vedere la realtà mutare cambiando sistema di riferimento, proiettando su piani diversi la stessa cosa, variando la nostra prospettiva.

Ci si rende conto di come la nostra percezione della realtà condizioni i nostri tentativi di descriverla. Di come la nostra percezione della realtà sia anomala rispetto alla natura della realtà stessa.

Perché percepiamo il tempo come qualcosa di separato dallo spazio? (E tra l’altro, perché non riusciamo a visualizzare nella nostra mente spazi a più di tre dimensioni?) Forse percepiamo così la realtà perché è l’unico tipo di percezione permessa dalla nostra esistenza? O forse è questo tipo di percezione ad essere indispensabile al fine di permettere la nostra esistenza? Esistenza che d’altronde constatiamo mediante la percezione di cui sopra, cosa che porta ad un’eterna ricorsione. Sono tutte implicazioni del principio antropico?

Tornando alle prospettive, a volte per trovare una spiegazione a qualcosa basta vederla da un altro punto di vista: «Il disordine aumenta col tempo perché noi misuriamo il tempo nella direzione in cui il disordine aumenta.»  (Stephen Hawking)
Ed ecco che si spiega perché la freccia del tempo psicologica ha lo stesso verso della freccia del tempo termodinamica.

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Dal Big Bang ai buchi neri

Wednesday, January 31st, 2007

«Perché l’universo si da la pena di esistere? Se riusciremo a trovare la risposta a questa domanda, decreteremo il trionfo definitivo della ragione umana: giacché allora conosceremmo la mente di Dio.»
Stephen W. Hawking

«Questo è anche un libro su Dio… o forse sull’assenza di Dio. La parola Dio riempie queste pagine. Hawking si avventura in una ricerca per rispondere alla famosa domanda di Einstein se Dio abbia avuto qualche scelta nella creazione dell’universo. Hawking sta tentando, come afferma esplicitamente, di capire la mente di Dio.»
Carl Sagan

«Da dove ebbe origine l’universo? Come e perché ebbe inizio? Avrà mai fine e in tal caso come? Smetterà di espandersi e comincerà a contrarsi oppure si espanderà per sempre?»
Stephen W. Hawking - Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del tempo.

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Vita

Sunday, December 10th, 2006

Cosa distingue un’entità vivente da qualcosa di inanimato?

Non vi è una definizione di vita comunemente accettata, ma in genere i sistemi viventi hanno un ciclo vitale nel quale crescono e si sviluppano, una struttura cellulare, capacità di autoconservarsi, rispondere agli stimoli dell’ambiente, di usare e trasformare energia, di evolversi di generazione in generazione.

Volendo formalizzare, generalmente si richiede che siano soddisfatte le condizioni di:

  • omeostasi
  • organizzazione interna (struttura cellulare)
  • metabolismo, scambio di energia con l’ambiente
  • crescita
  • adattamento all’ambiente
  • risposta agli stimoli dell’ambiente
  • riproduzione

Un mulo non può riprodursi, lo fanno le sue cellule, ma il sistema complessivo no. È un sistema di parti viventi, ma chi negherebbe che sia un sistema vivente? Quante eccezioni vengono permesse rispetto a questo insieme di caratteristiche, e in che termini?
Il DNA stesso, che sintetizza i sistemi viventi (è considerabile una sintesi di un sistema?) e di fatto è il mezzo con il quale un sistema vivente si riproduce e si evolve, è lo stesso DNA che sintetizza i virus, che in genere non vengono considerati viventi (privi di struttura cellulare e di metabolismo).

La vita, per come è in genere definita, dovrebbe basarsi sul carbonio; ma perché non considerare vivo un sistema che si comporti allo stesso modo anche se non fosse basato sul carbonio? Non ho capito però se il carbonio ha importanza solo per la costruzione delle cellule.

Ma quanto è importante, per un sistema vivente, essere basato su una struttura cellulare? Leggo di virus, poco conosciuti, che sintetizzerebbero proteine senza aiuto di una cellula ospite: non è vero e proprio metabolismo?

Quanto è importante il DNA nella definizione di vita? La vita è, in fondo, solo DNA? E le forme di vita intelligenti? Le funzioni cognitive in sé non sembrano così legate all’infrastruttura sulla quale funzionano, che è sintetizzata dal DNA.

Idee disordinate, forse qualche errore madornale (non è proprio il mio campo), molte domande. Se qualcuno trovasse errori, mi corregga pure. Se qualcuno avesse qualche risposta, risponda pure.

«Non scorgo segnale
che annunci la vita.
Eppure l’avverto:
ci son vibrazioni,
che cosa vedranno
tra poco i miei occhi?
Magari saranno
dei corpi di pietra.
Li sento arrivare…
Li sento arrivare…»