
Brain damage
Sunday, November 4th, 2007
La pazzia e la follia sono argomenti piuttosto inflazionati.
Molte discussioni su ciò, specialmente in certi contesti, fanno riferimento a Pirandello e vertono sulle sue opinioni, sulle quali sono approssimativo dal momento che le considero piuttosto ininfluenti. L’idea è che il pazzo viene definito tale quando si toglie la/e maschera/e e cerca di mostrare quello che dovrebbe essere l’uno, sé stesso.
Le disquisizioni filosofiche che ne possono derivare sono moltissime, ma piuttosto inutili dal momento che ciò che ora sappiamo sulle neuroscienze e sull’evoluzione del cervello ci permette di ragionare partendo da qualcosa di abbastanza concreto.
Insomma, come distinguere i pazzi?
Le malattie mentali, tra cui i vari comportamenti che nel linguaggio comune si indicano con il termine pazzia, possono derivare da un evidente problema genetico che causi problemi al funzionamento normale del cervello o da processi più complessi, legati più all’esperienza e alle interazioni dell’individuo (anche se il rapporto tra i due fattori può variare moltissimo a seconda dei casi, ad esempio possono esservi malattie principalmente derivate dall’esperienza, ma che risentono di predisposizioni genetiche e così via).
Ora il problema di distinguere i pazzi si pone nei casi in cui la malattia mentale non è riconducibile, in modo semplice, ad un’evidente problema del cervello.
Si potrebbe pensare dunque alla malattia mentale come un comportamento anomalo rispetto a quello assunto da un cervello standard, costruito secondo i dettami del DNA. Il problema è che il cervello ha solamente una predisposizione alla nascita, ma la sua evoluzione è fortemente influenzata dall’esperienza (che a dir la verità pare possa influire anche prima della nascita), e l’esperienza inevitabilmente ha una sua componente formata dagli input provenienti dalla società. In sostanza, un cervello standard non esiste.
Quanto la società influenzi lo sviluppo del cervello sarebbe una cosa interessante da capire. Sembra comunque legittimo pensare che il pazzo venga definito dalla società, perché anomalo rispetto ai funzionamenti di essa o ai comportamenti normali. E probabilmente il fatto che in soggetti con determinate malattie vi siano livelli anomali di alcuni neurotrasmettitori aiuta a distinguere. È invece meno logico, a mio avviso, sostenere che il pazzo sia chi cerca di essere sé stesso, per i problemi concernenti il significato di essere sé stessi.
Essere noi stessi assume quindi un significato estremamente difficile da comprendere, giacché il noi stessi non è dato dalla mente del cervello con la predisposizione che si ha alla nascita, ma del cervello che si è sviluppato in funzione sia di quanto scritto nel DNA sia degli stimoli, degli input dell’ambiente.
O forse essere noi stessi non ha proprio alcun significato.
And if the cloud bursts, thunder in your ear,
you shout and no one seems to hear.
And if the band you’re in starts playing different tunes
I’ll see you on the dark side of the moon.
La pazzia e la follia sono argomenti piuttosto inflazionati.
Molte discussioni su ciò, specialmente in certi contesti, fanno riferimento a Pirandello e vertono sulle sue opinioni, sulle quali sono approssimativo dal momento che le considero piuttosto ininfluenti. L’idea è che il pazzo viene definito tale quando si toglie la/e maschera/e e cerca di mostrare quello che dovrebbe essere l’uno, sé stesso.
Le disquisizioni filosofiche che ne possono derivare sono moltissime, ma piuttosto inutili dal momento che ciò che ora sappiamo sulle neuroscienze e sull’evoluzione del cervello ci permette di ragionare partendo da qualcosa di abbastanza concreto.
Insomma, come distinguere i pazzi?
Le malattie mentali, tra cui i vari comportamenti che nel linguaggio comune si indicano con il termine pazzia, possono derivare da un evidente problema genetico che causi problemi al funzionamento normale del cervello o da processi più complessi, legati più all’esperienza e alle interazioni dell’individuo (anche se il rapporto tra i due fattori può variare moltissimo a seconda dei casi, ad esempio possono esservi malattie principalmente derivate dall’esperienza, ma che risentono di predisposizioni genetiche e così via).
Ora il problema di distinguere i pazzi si pone nei casi in cui la malattia mentale non è riconducibile, in modo semplice, ad un’evidente problema del cervello.
Si potrebbe pensare dunque alla malattia mentale come un comportamento anomalo rispetto a quello assunto da un cervello standard, costruito secondo i dettami del DNA. Il problema è che il cervello ha solamente una predisposizione alla nascita, ma la sua evoluzione è fortemente influenzata dall’esperienza (che a dir la verità pare possa influire anche prima della nascita), e l’esperienza inevitabilmente ha una sua componente formata dagli input provenienti dalla società. In sostanza, un cervello standard non esiste.
Quanto la società influenzi lo sviluppo del cervello sarebbe una cosa interessante da capire. Sembra comunque legittimo pensare che il pazzo venga definito dalla società, perché anomalo rispetto ai funzionamenti di essa o ai comportamenti normali. E probabilmente il fatto che in soggetti con determinate malattie vi siano livelli anomali di alcuni neurotrasmettitori aiuta a distinguere. È invece meno logico, a mio avviso, sostenere che il pazzo sia chi cerca di essere sé stesso, per i problemi concernenti il significato di essere sé stessi.
Essere noi stessi assume quindi un significato estremamente difficile da comprendere, giacché il noi stessi non è dato dalla mente del cervello con la predisposizione che si ha alla nascita, ma del cervello che si è sviluppato in funzione sia di quanto scritto nel DNA sia degli stimoli, degli input dell’ambiente.
O forse essere noi stessi non ha proprio alcun significato.
And if the cloud bursts, thunder in your ear,
you shout and no one seems to hear.
And if the band you’re in starts playing different tunes
I’ll see you on the dark side of the moon.